🇵🇹 Alfredo D'Andrade, un lusitano innamorato dell'Italia

Fra i frequentatori stranieri del nostro territorio, negli anni del secondo ‘800, non possiamo non ricordare la figura dell’architetto e restauratore che lasciò nella nostra provincia visibili e tangibili testimonianze della sua attività: Alfredo D’Andrade (Alfredo Cesar Reis Freire de Andrade, Lisbona 1839 – Genova 1915). 
Lusitano di nascita, nacque infatti a Lisbona nel 1839 da una famiglia borghese, iniziò la sua formazione culturale affiancando agli studi usuali l’apprendimento della pittura e delle tecniche incisorie. Il padre avrebbe voluto che il ragazzo si occupasse di affari, ma il giovane Alfredo capì subito che i suoi interessi erano diretti al campo dell’arte. Avuto il permesso di recarsi all’estero, venne in Italia e visitò molte città studiando attentamente le opere architettoniche del passato e maturando una profonda attrazione per quelle medioevali.
Per proseguire nei suoi studi si iscrisse al corso di architettura e restauro dell’Accademia Ligustica di Genova e iniziò a frequentare i pittori liguri. Al termine della sua formazione ebbe l’incarico di insegnare disegno ornamentale applicato nella sua stessa scuola e nel 1886 venne nominato dall’allora Governo Regio direttore per la conservazione dei monumenti del Piemonte e della Liguria e in seguito ne divenne il primo, grande, Soprintendente.

Dopo l’esecuzione di numerosissimi restauri di chiese e castelli sia liguri che piemontesi e valdostani ( Fenis, Issogne, Verres, Palazzo San Giorgio a Genova, Castello del Valentino e Borgo medioevale a Torino ecc,) negli ultimi anni dell’Ottocento pose mano al restauro della chiesa di Sant’Andrea a Levanto.
Non si conosce la data certa dell’inizio della costruzione della chiesa anche se si suppone risalga alla prima metà del sec.XIII perché è citata in un documento del 1222. Nacque a tre navate, ma fu più volte modificata, ne fu ampliato il presbiterio e ricostruita l’abside nel corso della sua storia.
La facciata presenta un paramento a fasce alterne di marmo di Carrara e di serpentino verde proveniente da cave locali; il tetto è a tre salienti sottolineati da archetti pensili, il portale archiacuto con lunetta dipinta, fiancheggiato da due bifore e sormontato da un grande rosone con raggiera di colonnine, è frutto del restauro eseguito dal D’Andrade che, tenuto conto della presunta data d’inizio della chiesa, inserì elementi che preludono al gotico.

Levanto, facciata della Chiesa di Sant'Andrea
Portovenere, Chiesa di San Lorenzo

Il restauro fu eseguito secondo il metodo “analogico” che prevedeva una profonda conoscenza dei metodi costruttivi e dei particolari architettonici come capitelli, cornici, forma delle aperture ecc.  in modo da poter inserire elementi “analoghi” negli edifici di cui si era perduto l’aspetto originario. Per fare un esempio, quando D’Andrade restaurò la chiesa di San Donato a Genova, pensò di inserire al centro della facciata un piccolo rosone come quello che si trova a Portovenere nell’antelamica chiesa di San Lorenzo, anch’essa dotata di un oculo.
Verso la fine del XIX secolo era vivo un dibattito sui metodi di restauro e D’Andrade discusse l’argomento con l’amico Arrigo Boito che era del parere di “consolidare e restaurare le parti originali del monumento e non ricostruire ciò che nel tempo si era perduto.” Si andava profilando un metodo “filologico” che è quello che fu praticato e compiutamente teorizzato nel XX sec. Quindi la figura di D’Andrade si pone a mezzo fra quella di Viollet le Duc, che usava metodi di restauro stilistico talvolta fortemente arbitrari, e il restauro scientifico moderno.

Genova, Chiesa di S.Donato
Alfredo D'Andrade, Ritorno dal pascolo a Carcare.

Per completare l’immagine di D’Andrade non si può dimenticare l’esercizio della pittura che ebbe una grande parte nella sua vita e che lo impegnò fin dalla prima gioventù. Grazie alla frequenza con i pittori liguri che, sull’esempio della Scuola di Fontainebleau, desideravano abbandonare i soggetti storici ormai triti o ancor peggio quelli di stampo accademico e alla possibilità di disporre del colore confezionato in tubetti, sperimentò il piacere di dipingere dal vero il paesaggio con particolare attenzione alle variazioni della luce, mutante secondo le ore del giorno. Ne nacque una scuola che venne chiamata ” la scuola grigia” che si caratterizzava per l’uso di mezze tinte, colori tenui, assoluta mancanza del nero e per il suo carattere emozionale, inserendosi così nell’atmosfera di cambiamento che si respirava nella pittura di fine Ottocento.

@Rosanna Borghi

Fonti bibliografiche: A. D’Andrade, Relazione dell’Ufficio Regionale per la conservazione dei monumenti del Piemonte e della Liguria, 1883-1891, Torino, 1899; R. Maggio Serra, Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 32, 1986, ad vocem.

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